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Parlare dell'Etiopia
 

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Parlare dell’ Etiopia mi riempie ogni volta il cuore di felicità.
E’ un luogo pieno di contrasti, un magnifico insieme di regioni totalmente differenti per cultura, religione e tradizioni da far sì che ogni volta che ritorno a casa dopo esservi stata ho l’impressione di aver visitato nazioni diverse e non zone dello stesso stato.
L’ Etiopia è stata il primo paese nel cuore dell’ Africa dove sono stata e tutto ciò è avvenuto per caso. Qualche anno prima mi ero recata nello Yemen, altro luogo meraviglioso e l’accompagnatore del nostro gruppo, grande conoscitore dell’ Etiopia mi parlò di questa terra ricca di storia, di tradizioni e di tribù che parevano appartenere ancora alla preistoria, dei monasteri del Lago Tana e di Lalibela, la città santa con le sue chiese scavate in verticale nella roccia.
Tutto ciò mi affascinò tantissimo e decisi quindi di mettere da parte i timori per un viaggio che poteva sembrare difficile e poco agevole e partii insieme a mio marito per visitare le città storiche dell’ Etiopia.
Iniziammo il nostro viaggio, che si svolse nel periodo pasquale del 2004, da Bahar Dar dove vi è il corso iniziale del Nilo Azzurro che nasce dal Lago Tana e forma subito dopo, delle belle cascate.
Nel lago Tana vi sono piccole isole che ospitano chiese circolari a forma di tukul. All’ interno delle stesse si possono ammirare dipinti con scene dell’ Antico e del Nuovo Testamento. Molto ricorrenti, come nel resto delle chiese cristiano-copte, sono la Trinità, San Giorgio che uccide il drago ed immagini della Vergine Maria.
Si racconta che in una di queste chiese sia stata nascosta l’ Arca dell’ Alleanza con le Tavole della Legge di Mosè, per proteggerla dopo l’arrivo dei musulmani nel paese.
Successivamente l’ Arca fu portata ad Axum, in un’ altra chiesa che si può vedere solo esternamente, dove un prete ha come unico scopo della sua vita, quello di custodirla. A noi turisti è assolutamente vietato avvicinare il religioso che si occupa di questo oggetto sacro.
Ad Axum vi è anche il Parco delle steli, dove si può ammirare il più grande obelisco monolitico realizzato dall’ uomo che misura circa 33 metri.
Non tutte le steli presentano incisioni; molte di esse infatti, vennero erette grezze.
Gondar è una delle città più interessanti del paese, dove si possono visitare numerosi castelli in stile medioevale e la splendida chiesa di Debra Berhan Selassie che ha il soffitto completamente affrescato con numerosi volti di cherubini che sembrano scrutare il visitatore dall’alto.
Lalibela è chiamata anche Gerusalemme Nera, perché il desiderio del re che la costruì era quello di donare al suo paese un luogo sacro dove i pellegrini potessero recarsi a pregare, visto che a quei tempi i luoghi di Gesù erano in mano musulmana.
Qui abbiamo osservato le particolarità delle sue famose chiese scavate in verticale nella roccia rossa, all’interno delle quali è facile assistere ai riti dei preti e dei diaconi che si accompagnano nei loro canti con i sistri e i tamburi, strumenti considerati sacri. Intorno ad esse si accalcano i fedeli che pregano all’esterno tenendo spesso fra le mani i rosari e i libri delle preghiere scritti in lingua ghez, la lingua usata durante le celebrazioni liturgiche. Le donne sono avvolte in scialli bianchi e baciano spesso con devozione le mura delle chiese.
E’ molto difficile descrivere le sensazioni provate durante la nostra visita a Lalibela, città dove si respira ovunque l’intensa spiritualità dei suoi pellegrini che arrivano da ogni parte del paese, percorrendo spesso lunghissime distanze.
Fin da piccola quando mi trovavo a passare davanti alla statua dell’ esploratore Vittorio Bottego che si trova a Parma, fantasticavo immaginando quali luoghi meravigliosi avesse attraversato quell’ ufficiale dell’ esercito italiano, durante i suoi viaggi in Africa, un continente che mi sembrava allora così irraggiungibile.
Ero affascinata da questo personaggio che verso la fine dell’ 1800 aveva raggiunto zone dell’ Africa, a quei tempi ancora sconosciute. Durante uno delle sue esplorazioni aveva cercato la foce del fiume Omo che scoprì poi gettarsi nel lago Turkana in Kenya.
Dopo aver letto i suoi diari, avevo sempre desiderato un giorno poter visitare di persona quei luoghi nascosti nel cuore del continente nero.
Così finalmente nell’ agosto del 2005 sono riuscita a realizzare quel sogno e ad incontrare le affascinanti tribù che vivono sulle sponde dell’ Omo river.
Scendendo verso il sud del paese ho potuto vedere miriadi di fenicotteri accalcati sulle rive del lago Abijata che con i loro brevi voli coloravano di rosa il cielo, le zebre all’interno del parco Nechisar, gli enormi coccodrilli africani dalle fauci spaventose e gli ippopotami nel lago Chamo.
Poi finalmente sono arrivati i tanto attesi incontri con le tribù: ho raggiunto i miti Erbore, le splendide donne Hammer che spalmano sui loro caschetti di treccioline un impasto di grasso e terra rossa, i Karo con i corpi completamente ricoperti e abbelliti da decorazioni pittoriche, i Galeb nei poverissimi villaggi vicino ad Omorate e i Mursi temibile etnia famosa per le sue donne che portano enormi piattelli labiali di terracotta.
Sono poi saliti sui Monti Bale dove ho ammirato le belle lobelie e avvistato animali endemici come il lupo dei Simyen, un canide purtroppo quasi in via d’estinzione e il nyala di montagna, grosso erbivoro dalle lunga corna ricurve.
Al mio ritorno ho sentito il bisogno di condividere con altre persone le emozioni provate ed è nato così il mio romanzo “Il cuore in Etiopia”, nel quale ho voluto descrivere ciò che ho visto durante questa indimenticabile esperienza.
Sono tornata di nuovo in Etiopia recentemente, durante le festività natalizie del 2008.
Questa volta volevo raggiungere alcune delle chiese rupestri che si trovano abbarbicate in cima alle montagne in territorio tigrino.
Non sempre è stato facile raggiungerle, spesso non vi erano i sentieri e mi sono così dovuta arrampicare mani e piedi cercando un appiglio fra le rocce.
Ne valeva comunque la pena, ogni sforzo era ampiamente ripagato dai panorami mozzafiato sulle vallate circostanti e dalla bellezza delle caratteristiche chiese. Mi sembra di udire ancora le voci festanti dei ragazzini che mi accompagnavano, che mi raccontavano la loro quotidianità nel loro incerto inglese.
Porterò sempre con me i loro sorrisi.
Ancora emozioni durante il trasferimento in Dancalia, dove il territorio si faceva man mano sempre più inospitale e desertico ed il clima soffocante.
Ho incontrato le prime donne Afar, bellissime, fiere, spesso scontrose e pungenti come la terra nella quale vivono con addosso i loro gioielli particolarissimi, che ancor più le rendevano splendide.
Il viaggio da quel momento è stato ricco d’incontri con le interminabili carovane di cammelli impegnate nel trasporto del sale fino all’ultimo villaggio raggiungibile con i camion.
Finalmente mi sono ritrovata sul lago salato, avvolta nel nulla, ma con tante cose da vedere al tempo stesso: i colori di Dallol, un’ esplosione di tutte le tonalità del giallo, dell’arancio e del verde, con i piccoli gayser che sbuffando emanavano in continuazione vapori e getti di acqua bollente, svelando così l’origine vulcanica di questa terra.
E sul vulcano ci sono salita veramente, dopo una lunga camminata, circondata da un mare di lava che solidificandosi, aveva creato bizzarre sculture che assomigliavano a grossi ventagli, fluttuanti onde in un mare agitato e sottili canne d’organo.
L’ Erta Ale mi attendeva impaziente e al mio arrivo mi diede il benvenuto con i suoi boati, mentre nella sua caldera la lava incandescente formava disegni di fuoco.
Stordita dall’acre odore che mi tormentava, affliggendo le mie narici, non ho voluto comunque perdermi quello spettacolo, che pareva avermi ipnotizzato: non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla sua bocca infuocata.
Le scintille di fuoco, le cascate di lava e i bagliori cremisi furono fuochi d’artificio per salutare il nuovo anno e l’alba del 2009 apparve allora davvero bellissima. Il sole vermiglio e accecante mi raggiunse d’un tratto, tingendo di rosso l’apice del vulcano e le sue ripide pendici.
Il viaggio di ritorno sembrò interminabile, troppe meraviglie avevo visto e nulla avrebbe potuto reggere, da quel momento, il loro confronto. Solo gli inattesi incontri con le tribù Afar e più avanti Kerejù parevano risvegliare nuovamente la mia attenzione e farmi scrollare di dosso, per un po’, tutta la stanchezza accumulata nei giorni trascorsi.
Immersa in quel limbo di immagini che inevitabilmente continuavano a perdurare nelle mia mente, mi sono ritrovata nel Parco di Awash con le sue irruente cascate e gli orici al pascolo, immersi nel mare d’ erba giallo che da sempre caratterizza la savana africana.
Ed eccomi in un battibaleno nuovamente ad Addis Abeba, ricca di contrasti che la rendono unica e tinta di sfumature indaco delle jacaranda in fiore. Da qui ero partita pochi giorni prima per questa grande avventura verso una terra, la Dancalia, che da sempre appare ostile ed inospitale a tutti coloro che vi si recano e sicuramente senza via di scampo a chiunque vi si avventuri da solo, ma che sa certamente regalare paesaggi strepitosi, selvaggi ed indimenticabili ai viaggiatori che al loro ritorno, continuano ad essere ammaliati dai ricordi di ciò che hanno avuto il privilegio di visitare.

Laura Gambazza

Autirice del Libro "Il Cuore in Etiopia"
SBC edizioni